Quando la poesia improvvisara risponde alle domande sul senso della vita
Bachisio Bandinu dialoga con noi
Davanti al miracolo della poesia improvvisata ci si chiede da dove vengano le parole e come si possa costruire un’ottava in 35-40 secondi, argomentando il tema toccato in sorte, formando versi in rima non scontata e nel contempo rispondendo a tono all’avversario e formulando metafore originali. Di questo mistero dell’invenzione poetica Remundu Piras è uno dei campioni più rappresentativi e forse il più amato cantadore della tradizione sarda, per il suo stile, su traggiu, e per la sua versatilità. Eppure il vocabolario di un poeta non è poi tanto più ricco di quello di una persona avveduta, ciò che conta è la qualità della parola, la sua intensità emotiva e significativa, come la parola si combina con le altre e si articola nella composizione della strofa. Due metafore cercano di spiegare la creazione della poesia estemporanea: la prima crede in sos versos leados a bolu, i versi passano leggeri nell’aria, il poeta li coglie facendoli suoi per un’affinità e corrispondenza profonda. La seconda metafora afferma che la poesia essit dae sas intragnas, dall’interiore, viscere, anima, cuore e mente. Un poeta dice di aver avuto questo dono da Dio: “Dae Deus connota l’apo infusa / pr’opera de s’Eternu la tenìa.”
Questo dono, in sommo grado, possedeva Remundu Piras e non solo nelle gare poetiche ma anche nella vasta produzione di modas, satiras e trinas con varietà di accenti e di metri, consapevole della dignità del verso improvvisato, frutto di ispirazione (sa muta bona) e di esercizio linguistico. Per il poeta di ‘Iddanoa la poesia è anche interrogazione: nel sonetto Misteriu s’interroga sul senso della vita: “Ischire dia cherrer a inoghe/da inue so ‘ennidu e ue ando, perché sente una voce che gli dice: “Deo ti nd’apo atidu e ti che mando.
C’è un profondo sentimento religioso nelle Modas, cantate in onore della Madonna e dei santi, dove i cenni storici e l’agiografia si compenetrano col sentimento dell’invocazione per farsi preghiera.
Remundu Piras credeva nel valore della poesia come messaggio di umanità con un suo forte accento etico, come insegnamento di fratellanza e solidarietà. La sua poesia canta il dolore e la speranza, il lavoro e la festa, i desideri, i timori e la gioia della gente. Fra tutte basti ricordare la moda cantata in Biddanoa in onore de Santu Nenaldu per invocare con accorata devozione il ritorno de sos dispersos de custa dimora, i reduci che ancora mancano all’affetto delle famiglie e della comunità. Un poeta amato della gente, da quel pubblico capace di ascoltare e di valutare con competenza e rigore le sue ottave non solo per l’arte della parola ma anche per i linguaggi del corpo, l’espressione del viso, la postura, il gesto, la relazione comunicativa con gli spettatori.
Egli avvertiva il rapporto inscindibile tra poesia e voce, come tono e timbro vocale ma soprattutto come spirito dello stesso messaggio poetico. E quando la voce gli venne meno invocò Gesu Cristo che gliela restituisse oppure gli togliesse anche il dono della poesia: Po mi leare su donu ‘e sa ‘oghe / a ite m’at lassadu su talentu? / Li dia narrar ùmile e devotu: / o mi la torret o mi che let totu.
Il poeta sa che “S’improvvisare non faghet istoria, / faghet dilliriare unu mamentu... / chi in parte nde tramandat a memoria / ma su mezus che ‘olat cun su ‘entu. E invece la memoria della gente e l’oralità del popolo sardo, con la sua innata capacità metrica e poetica ancora cantano e perpetuano la sua poesia.
E bene ha fatto Paolo Pillonca a raccogliere gran parte della produzione poetica di Remundu Piras nell’Opera Omnia (Domus de Janas) con incluso un DVD per la grazia dell’ascolto.